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Giovanni Fabbi, Veduta

290,00 €

Dipinto ad olio su faesite dell' artista parmense Giovanni FABBI

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Romantica veduta del giardino di casa Fabbi, tipica nei colori della tavolozza dell'artista e nelle scelte costruttive dell'immagine con la natura grande protagonista della composizione in un insieme equilibrato che infonda tranquillità nell'osservatore.

Opera firmata in basso a sinistra, piccoli difetti nel bordo esterno.

FABBI GIOVANNI
Viarolo 16 settembre 1892-Parma 5 maggio 1973
Nato da una famiglia di modesta condizione economica (il padre Bonfiglio esercitava il mestiere di sarto) mostrò fin dall’infanzia una spiccata attitudine al disegno, tanto da essere indirizzato all’Accademia di Belle Arti di Parma, alla quale fu iscritto anticipatamente per concessione del ministero e dove, nell’autunno del 1914, conseguì la licenza nella facoltà di ornato diretta da Cleomene Marini. Nell’ottobre dello stesso anno venne abilitato all’insegnamento del disegno. Ma il desiderio di completare la sua preparazione lo spinse, l’anno successivo, a iscriversi alla sezione di figura dell’Accademia, dove frequentò anche la Scuola del nudo. Insegnanti nei corsi superiori dell’Accademia erano, in quel periodo, oltre il Marini, anche Paolo Baratta, Daniele de Strobel e Giuseppe Carmignani. In seguito alla mobilitazione generale del maggio 1915 il Fabbi dovette lasciare la scuola per raggiungere Livorno dove, unitamente all’amico Bonaretti, fu assegnato al 32° Artiglieria da campagna. Una volta tornato dal fronte, si associò con i pittori Antonelli, Gerardi, Tomasi e Dazzi e si dedicò alla decorazione murale, allora assai fiorente. Nel 1924, insieme con Aldo Antonelli e altri, collaborò con Paolo Baratta nell’opera di frescatura dei pannelli decorativi esterni del palazzo della Camera di commercio rappresentanti l’allegoria del commercio (che le ingiurie del tempo in seguito danneggiarono irrimediabilmente). Anche all’interno del palazzo il Fabbi collaborò con Antonelli nelle decorazioni delle varie sale. Lavorò, sempre con Antonelli e Dazzi, al Municipio di Fornovo (1925) sia nelle decorazioni interne che negli affreschi esterni. Con Antonelli padre e figlio e col pittore Gerardi decorò nel 1926-1927 il salone del Banco di San Geminiano e San Prospero a Reggio Emilia. Sul finire degli anni Venti, insieme ai due Antonelli e a Gerardi, operò al castello di Tabiano e coi soli Antonelli nella interessante casa Corazza di Via della Repubblica, opera dell’architetto Vacca: vennero decorati con affreschi, graffiti e pittura su legno l’ingresso, il cortile, lo scalone e alcuni saloni interni. Con Antonelli e Dazzi decorò la villa Figna di Marzolara. Nella chiesa di San Michele collaborò con Latino Barilli nelle parti decorative. Interamente sua è invece la decorazione della chiesa di Valera. Immediatamente prima del secondo conflitto mondiale, su suo disegno e con l’aiuto di Tomasi e di Gerardi, realizzò i graffiti della facciata esterna di palazzo Carpi in Via Farini. Ma se la sua operosità di pittore ornatista fu tanta, non meno feconda fu la sua vena di paesaggista e anche di figurista. Fin verso il 1963 partecipò a quasi tutte le manifestazioni artistiche svoltesi a Parma e in provincia. Sue opere figurano in collezioni private e di enti pubblici. La parte più consistente e forse più significativa si trova nelle collezioni Piccerillo, Terenghi, Pizzarotti, Costa Devoto, Pedenovi e Amati Bonaccorsi. Nelle figure, specie quelle del primo periodo, la rappresentazione formale è sempre accompagnata da una introspezione del soggetto: Il mendicante, a esempio, non è solo il ritratto di un vecchio che stende la mano, ma la descrizione di un dolore muto, sottolineato da una espresssione ricolma di pensosa e profonda amarezza. Di notevole effetto cromatico il Giovanetto alla fonte, dall’espressione triste, quasi piangente, come il vaso che porta sulle spalle, trattato con una freschezza di toni che fanno ricordare Amedeo Bocchi. I ritratti del padre e della madre, quasi sempre insieme, intenti talvolta al lavoro o alla lettura e talvolta al riposo, sono costruiti con disegno sicuro e sono osservati con tenerezza. Gli autoritratti sono un capitolo a sé nell’opera del Fabbi. Essi si susseguono con periodicità dalla giovinezza fino agli ultimi giorni di vita. La costanza del soggetto, diversificato solo nell’abbigliamento, non è mai ripetizione, anche se l’espressione è sempre accigliata e quasi severa. Nelle scene di vita domestica che si svolgevano intorno a lui, seppe cogliere il senso della poesia e l’armonia del colore. Non sfuggirono al suo pennello nemmeno i polli che razzolavano nel cortile, vicino ai cesti e agli attrezzi per l’orto, colpiti dai raggi del sole che filtrava tra le foglie degli alberi. Con lo stesso intento dipinse quelle nature morte di fiori, di frutta, di ortaggi e di cose semplici, che negli ultimi tempi ricevettero colori quasi di smalto. Specie dopo il secondo conflitto mondiale, ormai libero dagli impegni della decorazione che la moda del muro liscio e nudo aveva relegato tra i ricordi del passato, si dedicò al paesaggio dal vero. La raccolta di queste opere del Fabbi è veramente notevole per espressione e per contenuto: il giardino pubblico con gli scorci del tempietto, dei vasi e delle statue del Boudard, degli alberi cupi e rigogliosi, tagliati da lame di luce, delle panchine solitarie o dei bimbi che giocano, cose morte e cose vive unite in un’amalgama di colori che recano serenità a chi le osserva, e gli angoli di Parma prima delle deturpazioni o delle demolizioni, trattati con senso cromatico e plastico di notevole efficacia, con un luminismo mai ricercato o studiato ma derivato dalle circostanze e dalle condizioni ambientali, che è capace di dare vita perfino al desolato insieme della Pilotta del 1948, ancora parzialmente atterrata dopo i bombardamenti del 1944.
FONTI E BIBL.: V. Banzola, in Gazzetta di Parma 4 giugno 1973, 3; Aurea Parma 2 1973, 162; V. Banzola, La pittura di Giovanni Fabbi, Parma, 1974.

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